Questo obliquo e disordinato blaterare sugli algoritmi

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Gli algoritmi di Google, Facebook, YouTube e tutti gli altri hanno compiuto un efferato delitto nei confronti della curiosità e dell’intelligenza. Se un tempo si andava alla ricerca delle infinite connessioni che gravitavano attorno all’oggetto del nostro interesse, adesso questo compito – così arduo eppure così appassionante – è stato demandato definitivamente a un algoritmo.
Per carità, capisco che per quanti considerano uno stress anche il solo immaginare un interesse che includa una minima componente di attivismo, lo sforzo risparmiato ripaga di gran lunga la possibilità mancata della scoperta personale. Probabilmente per questi individui la gioia della scoperta non è un oggetto così prezioso da preservare. Diversamente, chi con onnivoro interesse ammira i mondi, i concetti e le opere che gravitano intorno ad autori e protagonisti da cui erompono, potrebbero avvertire una mancanza, uno scompenso. Sono privati del piacere di frugare tra le pagine polverose di un banchetto di libri usati o nel selvaggio web degli streaming pirata.

L’algoritmo sa, e ti conduce dove tu vuoi. Almeno è quello che sembra.

Ovviamente non intendo negare il libero arbitrio. Ciascuno di noi è libero di continuare con le sue vecchie abitudini, oppure abbandonarsi al cambiamento che internet ha apportato ai nostri sistemi cognitivi. Ciò da cui metto in guardia è proprio la possibilità che ci venga negata questa possibilità. Perché a ben vedere, sembra difficile opporsi a qualcosa che appare così comodo, che ci semplifica la vita e ci evita delle scelte. Spesso è responsabile di scoperte che non pensiamo di essere in grado di fare autonomamente. Ciò è giusto? Probabilmente sì, ma non sono forse stati in grado, gli uomini del passato, nei loro esemplari migliori, di coltivare una cultura grandiosa, enciclopedica? Non ha forse Dante conosciuto testi e fonti e storie a sufficienza per far esplodere nelle pagine della sua commedia un capolavoro immenso? Non è stato capace Dostoevskij, nonostante una salute cagionevole e la persecuzione dell’autorità, di scandagliare l’animo umano come forse nessuno prima di lui? Probabilmente il genio e l’ispirazione divina di questi divini autori non sono gli esempi migliori. Però la curiosità e l’impegno sono stati declinati nella storia dell’uomo in modi sempre nuovi e sempre sono stati coltivati.

L’epoca delle macchine ha portato con se questa splendida chimera, che un giorno l’uomo non avrebbe più dovuto lavorare. E in pochi, se non coloro i quali sono avvezzi a parlare con slogan o hanno una vita interiore particolarmente povera, potrebbero affermare che consumare la vita minuto dopo minuto producendo un benessere effimero che è negato prima di tutto ai suoi stessi fautori, sia qualcosa di auspicabile.
Non si può però dimenticare la mēta agognata, ovvero l’emancipazione dal giogo annichilente del lavoro e la riconquista di sé stessi. Perché ritornare a sé stessi, riconquistare il proprio tempo, non serve soltanto a dormire di più e ad avere una cera migliore. Rivendicare il tempo è rivendicare sé stessi alle prove del proprio spirito e temperamento. Lavorare meno e meglio come le macchine ci promettevano non è in contrasto in nessun modo con maniche rimboccate e mani sporche. Mettersi al lavoro, nel suo senso più profondo, è qualcosa in forte risonanza con l’affermarsi come individui, tracciare un solco nel flusso del tempo che – per quanto effimero – testimonierà, anche solo per un battito di ciglia, il nostro passaggio sulla terra, il significato della nostra presenza.

Questo obliquo e disordinato blaterare non vuole certo negare la forza delle innovazioni. Bisogna soltanto interrogarsi sul senso della nostra esperienza tecnologica e digitale. Umberto Eco sosteneva che, alla fin fine, è l’utilizzatore finale, e cioè noi, a fare del medium qualcosa di desiderabile o meno. Difficile negarlo, ma bisogna domandarsi anche se esiste un modo di rendere macchine e algoritmi nostri alleati. Per fare questo però bisogna andare ancora più a fondo e domandarsi cosa sia desiderabile, come vogliamo diventare domani. Si tratta di scrivere il proprio destino secondo gli enigmi che ci lancia la sfinge occidentale. Oggi sembra che la risposta a questi enigmi sia una sorta di mollezza, di lassismo, la comodità del massimo risultato col minimo sforzo. Questo sarebbe il godersi la vita. Ma siamo sicuri che poter noleggiare una bicicletta in qualsiasi momento o avere un telefono che scatti fotografie migliori di una macchina fotografica sia meglio di acquistare una bicicletta personale, del colore che meglio esprime la nostra personalità, per andare verso rotte che nessuna mappa può immaginare a scattare fotografie che esprimono il vero grado di dedizione che abbiamo dedicato alla nostra passione?

È difficile non cadere in caricature bucoliche o ideali melensi quando si affronta questo tema, ed è forse quello che ho appena fatto. E chi se ne frega. Voglio la bicicletta, la macchina fotografica, voglio i soldi per comprarmele e voglio il modo di guadagnarmele. Ma voglio anche essere me stesso, fare i miei errori, sperimentare rotte sconosciute e non essere il calcolo di uno sviluppatore brufoloso.

Esistono strade che ancora non sono state esplorate, non dai cannibali del web almeno.
Gli algoritmi sono certamente funzionali a fare soldi, a raccogliere informazione utile a venderci quello che desideriamo e… a farcelo desiderare! Lungi da me voler lanciare un anatema contro questo modo di far soldi, per quanto triste possa apparire. Mi chiedo soltanto se sia possibile per noi creare anticorpi in grado di resistere a questo morbo moderno che appiattisce e omologa tutto, questo virus che ci appiccica addosso etichette che non siamo più in grado di scrollarci di dosso.
John Cage era così fiducioso nelle possibilità della scoperta e del caso da aver dedicato gran parte della sua vita a una pratica della liberazione dall’ego e dalle forzature dell’artista, un’autodisciplina volta a liberare il fruitore da qualsiasi coercizione che l’autore potesse esercitagli. In tal senso l’opera di Cage è un orizzonte di possibilità che soltanto il nostro intuito e il nostro desiderio possono plasmare nella percezione.
Non so se per noi sia conveniente affidarci come Cage a procedimenti aleatori – una sorta di reazione uguale e contraria – per liberarci dal giogo degli algoritmi. Ma possiamo certamente lasciarci ispirare da questo senso di libertà, alla riscoperta della scoperta. Sperimentare ancora il gusto di essere incoerenti, e farlo da soli.

 

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Makes no mistakes: l’ossessione femminile per la perfezione

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Heart’s boundary, Miho Hirano

Ci sono quelle mattine in cui tu sai che sarebbe meglio non esistere, lo senti, lo avverti, aleggia nell’aria il presentimento di una incazzatura imminente che il destino ti sta spedendo per raccomandata, confezionata a mo’ di regalo. Quelle mattine in cui, speranzosa di evitare la cattiva sorte, non accendi la TV – ché tanto so’ tutte notiziacce, meglio non iniziare così la giornata – e allora ti affidi alla frivolezza del tuo smartphone. Ti aggiri nel felice luogo di Instagram, lì dove tu hai scelto che cosa vedere e chi seguire, lì dove pensi che l’orrore del mondo esterno non possa raggiungerti.
Ma ti sbagli, dio, ti sbagli eccome!
Gli annunci pubblicitari insorgono anche nel paradisiaco mondo del social più amato di tutti i tempi e allora compare, proprio lì tra le fidate instagram-stories, l’inserzione di un “articolo” (virgolettato, sì, perché definirlo pienamente tale credo mi arrecherebbe l’odio sempiterno di chi giornalista lo è davvero).
Titolo del cosiddetto “articolo”: “10 icone di bellezza che in realtà sono brutte”.
Lo ammetto, potevo semplicemente non farci caso, passare alla storia successiva con un fluido e menefreghista gesto del mio pollice ben allenato a sorvolare sulle ignominie del web, ma stamattina era una giornata no.
Spinta da una lodevole nota di masochismo, decido di aprire.
Il titolo era parecchio eloquente, ma volevo vedere dove andava a parare. Suvvia, magari era semplicemente provocatorio, magari era l’ennesimo articolo di qualche femminista infoiata che alla fine urla “viva il popolo delle vagine, abbasso il patriarcato del pene”.
E invece, no, mi sbagliavo di nuovo.
Sapete cosa è peggio di un articolo di estremo e indecente femminismo, di quello che auspica a comunità di Amazzoni senza uomini che si riproducono con fecondazione assistita? Beh, di peggio c’è solo una donna che attua, magari anche involontariamente, degli atteggiamenti sessisti.
Sì, perché l’articolo sulle 10 cesse di Hollywood (non dice “cesse”, ma ce lo fa capire chiaramente) è scritto proprio da una donna.

Ora, non voglio istigare una Guerra Santa contro l’autrice che, presumo, scriva di questi articoli per campare. Voglio però riflettere sul fatto che sia ancora ritenuto possibile pubblicare (che sia in internet o su una celebre testata giornalistica poco conta), frasi tipo questa: “potremmo dire con sufficiente certezza che alcune donne andrebbero definite non solo ‘normali’, ma persino brutte, tanto da chiedersi come hanno fatto ad arrivare lì dove sono”.
Ma insomma, come puoi essere brutta e fare carriera?
Ma come è possibile?
Ma cosa ha la donna dello spettacolo da offrire se non la sua bellezza?
Tra le orride donne qui citate, figura Anne Hathaway che, tanto per dire, è solamente un premio Oscar. Ma insomma Anne con quegli occhioni grandi e senza i tuoi capelli lunghi, come hai fatto a fare carriera?
Provo a indovinare: forse l’hai fatta perché sai recitare?
Forse eh…

Nel gruppo vi è l’immancabile Lady Gaga che ha un naso tanto orrendo da averci fatto domandare “perché non se lo rifacesse, dato che di soldi ne ha guadagnati”(cit.). Eh sì, cara Gaga, tu che canti canzoni come “Born this way” nelle quali dici che siamo tutti perfetti perché “God makes no mistakes”, per quale motivo non ti cambi i connotati poco da pop-star? Anche il chirurgo “makes no mistake”, vero?
No, falso. Perché con uno slancio da disturbo bipolare, proprio nello stesso articolo, si attaccano anche le attrici eccessivamente rifatte. Perché un ritocchino per ovviare agli errori del Signore, va bene, ma quando è troppo, è troppo.

Non so, non credo di dover andare oltre.
Ho appena fatto colazione, il pasto più importante della giornata, e vorrei che rimanesse nel mio stomaco.
La mia domenica inizia comunque con uno strano sentore, che presumo sia tipico della vecchiaia, quel formicolio che ti avvolge gli arti come un velo leggero, quella stanchezza fisica data da una realizzazione mentale…sì, quello sconforto che sopraggiunge con la consapevolezza che il lavoro di una vita è stato inutile.
Insomma, per dirla con un francesismo: decenni di lotte per la parità dei sessi gettati nel cesso.

Perché vogliamo la parità sul lavoro, vogliamo gli stessi stipendi degli uomini, vogliamo non essere mercificate sulle copertine dei giornali, vogliamo non essere ridicolizzate se non possiamo fare la ruota (perché cazzo no, io la ruota col ciclo non la faccio né voglio che si pretenda che la possa fare), vogliamo che il mondo sappia che il nostro cervello funziona alla pari di quello degli uomini (e dico alla pari, non in modo migliore, perché il femminismo – quello vero – cerca la parità e non la superiorità), insomma cerchiamo e ormai ESIGIAMO tutto questo e poi…e poi siamo le prime ad andare l’una contro l’altra.
Siamo le prime a rosicare se una donna più bella di noi ha un posto migliore del nostro, perché “chissà cosa ha fatto per ottenerlo”; siamo le prime a commentare la moglie di Hugh Jackman perché è troppo “brutta” per stare con uno gnocco come lui; siamo quelle che gioiscono d’estate quando compare il culo di Beyoncé ricoperto di cellulite su una spiaggia di Miami.

Noi donne siamo spesso dannatamente ipocrite e represse, entità che millantano l’indipendenza pur essendo totalmente schiave di un senso di inferiorità che non riescono a scrollarsi di dosso .
Non ci sentiamo mai abbastanza, siamo sempre inadeguate.
Ecco come spesso ci sentiamo realmente, ancora oggi.
Ecco perché nel 2017 possono ancora essere scritti simili attacchi su altre donne. Perché chi li scrive in fondo sa, lo sa benissimo, che dall’altra parte una schiera di donne li leggerà col sorriso compiaciuto sulle labbra. Con queste parole, con queste foto di quotidianità rubata, con la testimonianza che senza trucco siamo tutte meno perfette, anche le celebrity tornano umane, anche loro tornano inadeguate esattamente come noi ci sentiamo.
Allora scatta in noi il “mal comune, mezzo gaudio” e ci rilassiamo, anche solo per un attimo, ci rilassiamo.

Fingiamo di sentirci “alla pari”, fingiamo di sentirci a nostro agio, ma viviamo con l’ossessione della perfezione, combattiamo lo spettro del “non sono mai abbastanza”, perché l’ossessione è incorporata in noi, ce l’abbiamo cucita addosso.
Che ci diano la parità o che fingano di darcela, noi comunque non riusciamo ad assorbirla. Dentro di noi alberga una specie di sessismo genetico che ci rende le peggiori avversarie della nostra ricerca di equità, del nostro bisogno di essere donne con tutte le imperfezioni fisiche e mentali che, in qualità non di donne ma di esseri umani, abbiamo.

Lo dico a me stessa in primis e lo dico a chiunque possa leggermi: la lotta femminista è dentro di che andrebbe combattuta.  Smettiamola quindi di rincorrere la chimera della perfezione fisica, mentale e affettiva.
Attaccare le altre donne, non fa poi che accrescere i nostri tormenti. Che siano quindi assolutamente benedetti tutti quegli individui, uomini o donne che siano, che nella vita sanno dare prova della loro competenza, indipendentemente dal loro sorriso o dai loro addominali che, si sa, sono solo passeggeri doni della natura o, meglio, di quel presunto dio che “makes no mistakes”.

Fantozzi siamo noi

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Con le sue geniali invenzioni, Paolo Villaggio ha invaso in modo irreversibile le nostre vite: quando corteggiamo, senza neanche essere ricambiati, quel mostro della nostra personalissima signorina Silvani; quando organizziamo disastrose villeggiature all’ombra delle vacanze dei ricchi; quando siamo ipocriti e servili nei confronti dei nostri superiori; quando il mercoledì di coppa ci bardiamo con: mutandone di flanella abbinato a canottiera cotonata; una peroni gelata acquistata in offerta al discount; frittatone di cipolla della signora Pina e annesso alito atroce; scettro telecomandato assolutamente inaccessibile al resto della casa e rutto libero!; quando quello che ho scritto non poteva che essere letto con voce cavernosa e grottesca: in tutti questi casi il Ragionier Ugo Fantozzi siamo noi.

Il genio di Paolo Villaggio non può essere spiegato semplicemente con la sua irresistibile vena comica. È vero, si tratta di uno dei più grandi attori della comicità italiani. Le sue trovate sono davvero irresistibili, i suoi tempi comici perfetti, le sue battute farebbero spanciare dalle risate anche le pietre. Ma Paolo Villaggio ha saputo coniugare questa vena ironica con uno sguardo acuto sulla società, l’ha fatto rivoluzionando il linguaggio e con un’impronta del tutto originale e innovativa. Se il “fantozziano” non avesse assunto sembianze così peculiari, tratti così netti, potremmo dire che Fantozzi è kafkiano.
Scrive Stefano Bartezzaghi nella prefazione a “Fantozzi, rag. Ugo”, la trilogia fantozziana di Villaggio:

Le parole come fantozziano si chiamano deonomastici. Da un nome proprio deriva un nome comune. […] non esistono solo film felliniani: esiste anche qualcosa come il felliniano; non esistono solo libri kafkiani: esiste anche qualcosa come il Kafkiano. Qui si può capire quale sia la reale funzione benefica di fantozzi. Avere a che fare con Fantozzi è molto piacevole ma soprattutto utile perché implica poter distogliere lo sguardo dal lucore abbagliante e spaventoso che promana da un’entità maligna di cui Fantozzi è contemporaneamente nunzio e maschera: il fantozziano.

Deformando vizi e debolezze degli esseri umani, Villaggio ha creato non solo una maschera, Fantozzi, ma anche un complicato campo di forze esistenziali, un invulnerabile sentimento di sconfitta che più tentiamo di allontanare da noi, più scacciamo a suon di risate, più sentiamo profondamente intimo e riconoscibile dentro noi stessi.

Fantozzi è un perdente e ogni suo passo falso, ogni sua disillusione è un colpo al cuore per chi vive la tragedia di sconfitte e disillusioni quotidiane. E allora neghiamo di immedesimarci in lui, non ammettiamo che la costosissima camicia nuova che abbiamo comprato ci fa sembrare ancora più ridicoli, che ci aggrappiamo a compagnie misere e vuote, facciamo esperienze che non sopportiamo, solo per sentirci accettati, solo per essere parte di loro, quelli che ci ripugnano e respingono.

Al fondo, la forza del ragionier Ugo sta nell’ironia. Non si tratta unicamente dello sberleffo alle miserie umane che lo circondano, non è soltanto la sprezzante messa a nudo delle piccolezze degli esseri umani. Non è semplicemente uno sguardo sarcastico e severo, senza speranza. Lo sberleffo intellettuale non è nelle corde dell’umile Fantozzi, non è nella penna di Paolo Villaggio. L’immaginario fantozziano prova a umanizzare queste miserie, a bagnarle di tenerezza. Si ride di una disgrazia che ci accomuna tutti, una croce che ognuno di noi si porta addosso. Ogni risata non è la sprezzante pugnalata postmoderna, non il ghigno di un intellettuale cool: è il sorriso rassegnato di chi sa che siamo tutti sulla stessa barca, navighiamo tutti in società ingiuste e spietate.

L’universo fantozziano non ci perdona né ci condanna. È semplicemente lo specchio di quello che siamo, quello a cui sempre di più assomigliamo.

Uno dei segreti dello stile comico di Paolo Villaggio è il suo tratto surreale. A differenza di molti suoi colleghi, Villaggio non usa una satira prettamente intellettuale, né tantomeno il becero teatrino da cinepanettone. La sua comicità è un giusto medio. Ma più che in mezzo, si trova sopra, di lato, in bilico, in posti strani. La sfortuna di fantozzi non è che la donna che gli piaccia gli sia stata soffiata da uno più bello e più muscoloso di lui: la sua sfortuna è il geometra Calboni, campione nazionale di scoregge e uomo mediocre almeno quanto lui. Ciò che gli rimane sarà allora un pomeriggio al lago con la Pina, rovinato dall’immancabile nuvoletta da ragioniere. Le sue trovate, sempre ben al di là del sottile confine col parossismo, sono talmente esagerate, talmente improbabili da rendere impossibile rimanere impassibili: sono strappi narrativi che il Villaggio attore mutua dallo scrittore, trovate che danno ritmo alla narrazione e costituiscono un linguaggio nuovo per l’epoca e unico nel suo genere.
In questo, Villaggio è assolutamente moderno. L’epopea di Fantozzi è raccontata con tutti i registri funzionali al caso, quello comico accanto a quello tragico, sequenze più narrative e patetiche subito seguite da scene di irresistibile ilarità. Quello che conta non è la credibilità della storia, né tantomeno strappare qualche risata al pubblico: Villaggio cerca con ogni mezzo e con ogni linguaggio di raccontare Fantozzi e il fantozziano.

“Siamo tutti, più o meno, molto Fantozzi, molto sfortunati, e cerchiamo di sopravvivere, di essere felici lo stesso.” In una delle sue ultime interviste, imbronciato e malinconico come sempre, è proprio Paolo Villaggio a raccontare l’essenza del suo più celebre personaggio.
Colto e geniale, comico e allo stesso tempo spietato, Paolo Villaggio è una figura unica nel panorama culturale italiano. I suoi film, diventati autentici cult movie, oltre ad appassionare generazioni di spettatori, hanno conquistato la critica. I suoi libri sono stati oggetto di riflessioni sulla società, sugli individui, sui vizi e le virtù di un’umanità spaesata che tira a campare come può, ma hanno rappresentato anche una profonda innovazione nel linguaggio, nello schema narrativo.
Paolo Villaggio non ha raccontato la storia di Fracchia o quella di Fantozzi, ha raccontato la nostra storia, ci ha messo a nudo, ci ha giudicati. E ci ha anche assolti.

Il ritorno del cavaliere: il vento soffia a destra

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La tornata elettorale dei ballottaggi ha regolato con un sonoro schiaffone il centrosinistra, sconfitto in tutti i test più importanti. Nella disfatta, è stata la città di Genova quella che ha espresso il risultato più clamoroso: città simbolo della sinistra da tempo immemore, ha visto trionfare Marco Bucci, espressione di una rinnovata alleanza tra i partiti di centrodestra in quella che inizia ad assomigliare alla prima prova di coalizione in vista delle prossime politiche, almeno secondo il piano di Silvio Berlusconi.
Appaiono dunque evidenti due risultati. Il primo è sicuramente la netta sconfitta del centrosinistra, il cui risultato più confortante è registrato in Puglia, con Taranto e soprattutto Lecce quali unici exploit nel quadro di un più generale grigiore. Il secondo è invece il verdetto che non ti aspetti: se un vincitore c’è in queste elezioni, questo è Silvio Berlusconi. Già, pensavamo fosse tutto finito ma a quanto pare è tempo di amarcord, è tempo di rispolverare comunisti, biscioni e mignotte. Nostalgia canaglia.

Le ragioni della disfatta della sinistra sono ormai sotto gli occhi di tutti e c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Scissioni, alleanze scellerate, politiche inconcludenti e ammiccamenti elettorali azzardati sono la cartina al tornasole di una “rottura sentimentale” tra i partiti di centrosinistra e i suoi elettori. Politiche quali il Jobs Act o la “Buona” Scuola, nonché le mancette elettorali una tantum o le posizioni autolesioniste su sindacati e banche, sono tutti sintomi di un filo spezzato, di un lessico smarrito: la sinistra parla una lingua incomprensibile, un idioma straniero con il quale è divenuto impossibile un dialogo con quello che un tempo era il proprio popolo. Lo storytelling renziano è forse il caso più lampante, ma le mille microscopiche propaggini alla sinistra del partito democratico non sono state da meno, prendete la falce e impugnate il fucile.

Sono queste le gesta del centrosinistra nell’era del Giglio Magico. Il cavallo di Troia renziano, in quello che ormai non appare più neanche come un colpo di scena, ha sprigionato dalla sua pancia vuota – di contenuti, di idee, di visione – quella che sarebbe dovuta essere la sua nemesi. La rottamazione ha partorito la riesumazione: Berlusconi è ritornato ad essere l’ago della bilancia, è tornato a essere indispensabile per qualsiasi progetto di maggioranza e lo ha fatto quando ormai tutti lo davamo per disperso.

Sarebbe ingeneroso individuare soltanto nelle colpe della sinistra le ragioni di questo clamoroso ritorno del cavaliere. Le elezioni comunali sono state soltanto l’ultima testimonianza di quello che è un fenomeno che lentamente sta affermandosi non solo in Italia, ma un po’ in giro per tutto il mondo. Dopo che gli impetuosi marosi scatenati dalla crisi hanno squassato il fragile tessuto sociale mettendone in evidenza la fragilità delle fondamenta finanziarie, era impossibile che i corpi di quei lavoratori e di quella classe media la cui tutela era considerata come un superfluo optional nel tempo delle vacche grasse, adesso non mostrassero i segni delle intemperie. Un popolo indebolito, prostrato da una lotta quotidiana per la sopravvivenza, una guerra tra poveri per dividersi le briciole lasciate da élite sempre più ingorde e socialmente irresponsabili, un popolo del genere ha spontaneamente sviluppato anticorpi verso tutti: verso i politici, verso il potere finanziario, verso le élite; ma anche, e questo non dovrebbe stupire più di tanto, verso i propri simili, verso tutti gli altri poveri disperati che, uno dopo l’altro, cadranno dalla stessa crudele giostra a cui tutti siamo costretti a partecipare. La rottura è totale: la gente non solo non ha nessuna intenzione di interloquire con chi ha ritenuto complice di questa apocalisse, quei politici che con la loro tradizione, con le loro ideologie sono stati a guardare mentre il cielo crollava; i nuovi nemici sono gli immigrati, sono le organizzazioni sovranazionali, i terroristi. Il tempo della retorica dei pensatori liberal, degli intellettuali cool, è finito. I superstiti dello tsunami finanziario non chiedono più diritti: vogliono risposte, vogliono sicurezza, vogliono un lavoro e sono disposti a barattare tutto questo con la loro stessa libertà, con tutti i valori che faticosamente il Novecento aveva affermato come cifra imprescindibile delle democrazie occidentali.

Non c’è da stupirsi, dunque, se le risposte a questa crisi sono risposte di destra. Della peggior destra, quella protezionista, quella razzista, quella guerrafondaia. Tutto questo, a un uomo dal fiuto politico raffinato come Beppe Grillo non poteva sfuggire. Sebbene in questi anni il movimento abbia fatto di tutto per smarcarsi da qualsiasi ideologia, sebbene abbia fatto di tutto per non scivolare nelle decrepite categorie di destra e sinistra, appare evidente come posizioni come quelle su immigrati, Europa o diritti civili siano ami lanciati nella speranza di catturare questo sentimento sempre più diffuso, questo desiderio di protezione che riverbera sempre più a destra.
In un’arena politica in cui soffiano in un impeto sempre crescente tali correnti, il movimento cinque stelle prova a giocarsi le sue carte. Queste comunali sono state un completo fallimento per il movimento: le turbolenze nei casi Raggi e Appendino, nonché i pasticci mostrati nella scelta dei candidati, sono tutti elementi che spiegano abbastanza chiaramente le ragioni di una sconfitta annunciata.
Le elezioni comunali sono tuttavia scarsamente significative per le politiche che verranno. Esse non hanno fatto altro che confermare una tendenza, un malcontento che inizia a invocare vie d’uscita a destra. In un contesto del genere, se il movimento sarà in grado di resistere ai propri harakiri, se riuscirà a tramutare gli stenti osservati nella gestione delle città che amministra, se, cioè, riuscirà a presentare al paese un volto affidabile, in questo caso ha davvero in mano tutte le carte per giocarsi la propria partita per il governo del paese. Dovrà ovviamente puntare sul nero, sfidare la destra sul suo campo per catturare un sentimento che inizia a dilagare. Va da sé che corre il rischio di tradire chi, nonostante l’avversa temperie, continuerà ostinatamente a puntare sul rosso.

La china intrapresa sembra inarrestabile. La debolezza della sinistra e il malcontento che ribolle nella pancia del paese sembrano il preludio a una storia che promette di essere scritta con parole quali protezione, invasione e diverso, il lessico della paura.

Da pochi giorni è scomparso Stefano Rodotà, persona mite e intellettuale di livello, incarnazione lampante di tutto quello che la sinistra sarebbe potuta essere e non è stata. Alla crisi generale a cui con sguardo acuto ha assistito negli ultimi anni della sua vita, Rodotà ha provato a dare una risposta di sinistra:

Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità.

Se la sinistra vuole avere qualche chance di rientrare in partita, se davvero vuole sfidare la destra, deve farlo sul campo della speranza piuttosto che su quello della paura. Sarebbe il caso, una volta tanto, di ascoltare, prima che vada smarrita sotto la sferza dei venti, questa voce dolce e rigorosa.

Il senso di una fine: Donnarumma e il Milan a un passo dall’addio

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In queste ore Gianluigi Donnarumma è finito nell’occhio del ciclone, colpevole di non aver prolungato il suo contratto – in scadenza giugno 2018 – per un altro anno con il Milan. Gigio, impegnato in questi giorni con la nazionale under21, è stato subito ricoperto di insulti: non solo tifosi milanisti delusi, ma anche i romantici, quelli che ancora amano le bandiere e il calcio pulito di un tempo. Insomma le beghine di paese. Striscioni, contestazioni, lancio di banconote false. A sentire il suo procuratore – forse sarebbe meglio dire padrinoMino Raiola, persino minacce di morte. Un bel casino.
Proviamo a riscrivere la storia di questo divorzio cercando di analizzare crimini e misfatti di questo mostro diciottenne, del suo sferico procuratore e della squadra che l’ha cresciuto.

Gianluigi Donnarumma è probabilmente il portiere più talentuoso della sua generazione. A soli sedici anni, Siniša Mihajlović lo fa esordire nel Milan, la squadra che l’ha cresciuto nel suo settore giovanile portandolo a diventare il guardiano dei pali di San Siro. Mihajlović lo scopre, dunque. Beh, non è proprio così perché prima di lui un procuratore furbo, odioso quanto vi pare, ma sicuramente uno in grado di riconoscere il talento come pochi altri al mondo, un certo Mino Raiola, si accaparra la procura del ragazzo. Mino è diventato celebre per aver curato in passato gli interessi di calciatori del calibro di Zlatan Ibrahimović, Pavel Nedvěd e Paul Pogba, un procuratore scaltro e spregiudicato che è stato in grado di costruirsi un autentico impero. Solo un anno fa faceva fare le valige, destinazione Manchester, all’enfant prodige francese per più di cento milioni di euro, intascandosi una commissione monstre, ed è questo un caso emblematico per farsi un’idea del modo di lavorare di Raiola: Pogba è arrivato alla Juve scippato dal Manchester United a zero a soli diciotto anni, per poi rientrare alla base dopo appena quattro anni e a un prezzo astronomico. Vi ricorda qualcosa? Il caso Donnarumma sembra un dejà vu. Ma questa vicenda è significativa anche per un altro motivo: non si ricordano crocifissioni pubbliche, pañolade o minacce di morte da parte dei tifosi dello United. Sarà che sono più british. Magari sono solo più civili.
Mino Raiola è, dunque, uno che non si fa scrupoli: se c’è da intascare una grossa commissione sa trasformarsi in uno squalo, o meglio in un moderno Dottor Faust: è sufficiente che Mefistofele si presenti con una bella vagonata di soldi.

Che piaccia o no, Raiola fa il suo lavoro e lo fa in modo diabolico e geniale. È per questo che molti tifosi hanno riversato il proprio odio nei confronti dell’erede designato di Buffon.
I tifosi, si sa, ragionano col cuore. E’ comprensibile che la prima reazione all’addio di Donnarumma sia stata quella di un profondo risentimento, quello di un innamorato ferito nei propri sentimenti. Ma la scarica di insulti e le contestazioni riversate su questo ragazzo non sono solo la coda velenosa di una storia d’amore finita male. Quest’odio è l’amaro siero di un popolo incattivito, pronto a puntare il dito su chiunque sia più in alto, chiunque ce l’abbia fatta e non si comporta in modo irreprensibile, ché se hai i soldi e la fortuna di fare un lavoro gratificante come quello del calciatore non ti puoi permettere di essere umano, di avere le tue debolezze. Non puoi inseguire i tuoi sogni e le tue aspirazioni perché rischi di diventare un traditore.
È questo il fardello che in queste ore pesa sulle spalle del ragazzo. Lui è un idolo e gli idoli della curva non possono abbandonare la propria gente. Come se lui l’avesse scelto questo destino, come se fosse normale che dopo appena due stagioni un ragazzo diventi il punto di riferimento di un’intera tifoseria. Come se Maldini il rispetto l’abbia visto piovere dal cielo, e non se lo sia guadagnato, invece, sul campo, col sudore, col lavoro.
È legittimo che i tifosi sentano una profonda delusione. Ma le bandiere non si costruiscono a tavolino. Una bandiera diventa tale perché si sente parte di una storia, si sente l’uomo giusto nel posto giusto e niente al mondo potrebbe dargli le stesse gioie e gli stessi intensi dolori come quando vincere e perdere lo fai con quella maglia cucita addosso.
Ma questa non è storia di tutti.

Molti accusano Donnarumma di aver tradito il Milan anche economicamente. Che lui volesse abbandonare la sua squadra, era un boccone amaro, ma con cento milioni si potevano trovare cento milioni di consolazioni. Ma Donnarumma ha deciso di andare via a zero. Eppure, in qualsiasi altro ambito lavorativo, un contratto è fatto per essere valido tra le parti per il periodo indicato nello stesso. Quando un rapporto di lavoro non è più soddisfacente per una delle parti, il contratto, giunto a naturale scadenza, cessa di essere valido. Qualunque professionista, a maggior ragione un ragazzo dell’età di Donnarumma, ha il sacrosanto diritto di scegliere la vita che desidera. Soldi, viaggi, stili di vita: ognuno è libero di fare la scelta che vuole, di inseguire il proprio destino. È quello che fa ognuno di noi nelle rare occasioni in cui ne ha la facoltà; è quello che fa un ragazzo che sogna il proprio futuro.

Le bandiere, nel calcio, sono ormai merce rara. Abbiamo ancora la fortuna di ammirarne qualcuna, di apprezzarne la coerenza e la dignità. Non è questa, però, una buona ragione per negare la stessa dignità a chi bandiera non è e non sarà mai. Dietro la maschera di supereroe, dietro l’aura inavvicinabile del mito calcistico, c’è pur sempre un ragazzo con i propri sogni e le proprie ambizioni. Le comari se ne facciano una ragione.

Destinazione McDonald’s: scegliere l’università tra i propri sogni e le aspettative altrui

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I dati parlano chiaro, se un tempo avere una laurea era privilegio di pochi, adesso possedere quantomeno la laurea di primo livello (la triennale, per intenderci), è praticamente la norma. “Il pezzo di carta” te lo devi prendere a prescindere, possibilmente più di uno, perché questa è l’era dei super-specialisti. Il sapere è calcolato in base a una raccolta punti, i CFU universitari, e più se ne raccolgono, maggiore (parrebbe) essere la possibilità di ottenere qualifiche e posti di lavoro.
Quindi eccoci qui, anche quest’anno oltre 270mila studenti si apprestano a superare i terribili esami di stato, inconsapevoli che la prova orale continuerà a dar forma ai loro sogni (o meglio, incubi) ancora per molti, molti anni. Perché l’esame di stato è il grande rito di iniziazione della nostra era: il passaggio dall’adolescenza al mondo adulto, il raggiungimento della tanta temuta maturità. Superata la prova del fuoco, anche quest’anno migliaia di neo-adulti prenderanno una delle scelte più importanti della loro vita, iscrivendosi a questa o quest’altra facoltà, inconsapevoli che ben presto verranno divisi in due classi distinte e separate: gli “scienziati” e gli “scansafatiche “. Il pressappochismo con il quale si suole giudicare un giovane in base ai propri studi, è disarmante. Anche il peggiore degli studenti di Ingegneria pare rivestirsi di un alone di Sapienza dinnanzi al migliore degli studenti di Lettere che, miserabile, è rivestito della sola puzza delle sue sudate carte. Forse non ci rendiamo conto delle conseguenze che questo comporta. È un cane che si morde la coda: insegniamo ai ragazzi che l’arte, le lettere, la filosofia “non servono a niente”, formando così nuovi adulti che un domani impartiranno la stessa lezione ai propri figli.
Se si deve vivere per perpetuare l’interesse economico, se il valore ultimo di ogni nostra azione deve essere il guadagno nei nostri portafogli, di certo tutto ciò a cui serve l’arte è andato perduto e allora sì, davvero non serve più a nulla.

Personalmente, ricordo il dolore del dover rispondere alla fatidica domanda post-maturità: “e adesso, a quale facoltà vuoi iscriverti?”. I nonni mi vedevano medico, ché un medico in famiglia – come ci insegna la TV- fa sempre bene; la zia auspicava per me una carriera da ingegnere e, per convincermi, un giorno mi fece fare una telefonata skype a due suoi amici ingegneri (non capii molto di ciò che mi dissero); il lato paterno, invece, optava per Giurisprudenza, visto che qualche avvocato in più in famiglia non fa mai male, se proprio il medico non ce lo si può avere.
Insomma, le aspettative erano diverse e molteplici. Peccato che nessuna di queste soddisfacesse i miei desideri. Io annuivo, sorridevo e progettavo un futuro improbabile al giorno. Il lunedì pensavo a Margherita Hack e allora dicevo di voler studiare astrofisica, ma martedì mi immaginavo già medico con indosso un vestito ottocentesco in pieno stile Rita Levi-Montalcini. Finché passarono i mesi e fu palese anche ai sassi che ciò che desideravo non avevo osato neanche formularlo. A fine Agosto, quando il tempo delle iscrizioni era ormai agli sgoccioli, mia madre pose quella domanda in modo totalmente diverso:

“Che cosa ti renderebbe felice?”
“Storia antica”
“Storia antica sia”.

Sono passati diversi anni, svariati esami, tesi, lauree, progetti, prova di dottorato, lacrime, incazzature, sorrisi, soddisfazioni.
Anni scanditi da momenti imbarazzanti, anni in cui tremi alla domanda “che cosa studi?”, anni in cui hai imparato a formulare risposte brevi tra i denti sperando che nessuno ti senta- “studio storia”- anni in cui subisci gli occhi sgranati della gente, ricevi le osservazioni più idiote del mondo – “ah, anche a me piaceva Indiana Jones da piccolo”- ingoi rospi amari, -“ah vabe’, ci credo che sei brava, è una cosa semplice”-, anni in cui il mondo ti bolla come nullafacente, anni in cui ti si cuce addosso il futuro del “finirai a lavorare al McDonald’s”….
Anni di vergogna.
I momenti peggiori restano di certo quelli delle grandi cene, quelli in cui i genitori fanno dei loro figli il vessillo dei propri successi: “mio figlio ha dato l’esame di anatomia e ha preso 30”; “mio figlio sta studiando per Diritto Civile”. Eh sì, perché io quegli sguardi a mia madre non avrei mai voluto farglieli subire. Lo sgomento di chi chiedeva per quale motivo avesse PERMESSO a sua figlia di prendere una scelta del genere, lo sgomento di chi calcolava la felicità e il futuro dei propri pargoli sul peso che in potenza avrebbero avuto le loro tasche da lì a 10 anni.

Ma sono stati anche anni felici e, alla fine, di orgoglio.
Anni in cui sederti a studiare per ore e ore ciò che ti piace, ti stanca, ma al tempo stesso ti infuoca e ti appassiona. Perchè su quella sedia a studiare, sotto le feste o in piena estate, ci siamo noi, non i nostri genitori, non i nostri amici. Noi e nessun altro.

Che consiglio dare, quindi, a chi questa scelta deve ancora prenderla?
Dirvi che la questione economica non debba sorvolare il vostro cervello, sarebbe poco onesto. Che quantomeno, però, non sia l’unica motivazione delle vostre scelte, perché non basterà a sorreggervi per tre/cinque anni di studio.
Dirvi di scegliere solo con la vostra testa sarebbe invece azzardato.
Vi dico di confrontarvi, con i vostri genitori, con i vostri amici e con voi stessi. Perché se il vostro compagno di banco vuole fare il medico e voi sognate di diventare cuoco, non dovreste cucirvi una lettera scarlatta sul petto. Se i vostri genitori sognano per voi un futuro da Albert Einstein e già il solo calcolare il resto in cassa al supermercato vi causa emicrania, lasciate perdere. Siate onesti.
Non posso nemmeno dirvi che basta avere passione per riuscire in qualcosa. Forse quello che serve, più che la passione, è la capacità di saper vivere consapevoli che il vostro titolo universitario non farà di voi una persona migliore o peggiore né determinerà il vostro destino in maniera ineluttabile.
Potreste prendere una strada che ora vi sembra giusta, per poi rendervi conto che non fa per voi. Capita. Il successo sta allora nel sapersi ricreare, nell’avere la forza di uscire da quell’immobilismo che potreste sentire.

E non vi dico nemmeno di essere dei sognatori destinati a un call center come me, vi dico solo di essere fedeli a voi stessi, ché da se stessi è difficile scappare e non c’è conto in banca che regga.
Se bastasse essere Ingegnere per trovare lavoro in Italia, saremmo tutti a fare Ingegneria. Non seguite queste chimere, il lavoro non vi pioverà dal cielo. State poi certi che un Ingegnere per costrizione non sarà mai paragonabile a un Ingegnere che è diventato tale di sua volontà e il lavoro, che già è poco, è ai migliori che viene dato…o almeno così dovrebbe essere, ma di questo magari ne parliamo un’altra volta.

Siate fedeli a voi stessi, questo vi renderà eccellenti e l’eccellenza non passa mai inosservata, in nessun ambito, scientifico o umanistico che sia.
L’università è uno step importante, ma non ha in mano le chiavi del vostro destino.
Quelle le avete voi.

E adesso fatemi leggere un po’ i giornali, che questo Macron, diventato Presidente della Francia con la miserabile laurea di Filosofia in mano, non so perché, ma mi sta particolarmente simpatico.

So help us God: i primi sei mesi di Donald Trump

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Tutti sanno cos’è accaduto il 9 novembre 2016 negli Stati Uniti.
Mi si perdoni quest’ incipit forse un po’ drammatico, ma in fin dei conti è proprio vero: tutti sappiamo che con una delle vittorie elettorali più improbabili della storia Donald John Trump è diventato il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Parlo di vittoria improbabile perché la gran parte dei sondaggi dava il Tycoon sconfitto, ma anche perché a molti era sembrato impossibile che un tipo del genere potesse realmente avere qualche possibilità di diventare presidente…

Ricapitoliamo la storia recente di Trump. Durante le primarie repubblicane, il nostro non ha avuto praticamente rivali: l’ennesimo Bush (Jeb stavolta, versione edulcorata e leggermente più ripulita del fratello) è uscito sconfitto, credo, anche dalle primarie nel suo salotto; l’Obama repubblicano(?), Ben Carson, è presto naufragato; Rubio, l’astro nascente, in realtà non è nato. Ted Cruz è stato l’unico a tener vivo un minimo di interesse, senza mai ottenere, però, vittorie rilevanti. Trump, quello che oggi si definirebbe un leader “populista”, ha raccolto consensi con un mix di slogan efficaci, battute che sembravano uscite da un film d’azione, idee popolari ma scarsamente meditate; ha parlato, come si dice classicamente, allo “stomaco” delle persone… avesse fatto il gastroenterologo avrebbe fatto meno danni.
Dalla parte dei “blu”, nel frattempo, la Clinton combatteva con quel pidocchio comunista di Sanders, che le ha dato forse più filo da torcere di quanto ci si potesse attendere. Anche la sua nomination, tuttavia, non è mai stata realmente in discussione. Così, le convention di ambo i partiti hanno consegnato agli Stati Uniti i due candidati peggiori della storia (come da più parti sono stati definiti, perlomeno), che hanno iniziato da subito a battagliarsi senza esclusione di colpi. La campagna elettorale, in effetti, è stata a dir poco grottesca, surreale, a tratti ridicola; si è raggiunto il massimo dell’assurdo quando, nello stesso momento, Trump rimbrottava la Clinton per non aver soddisfatto il marito (ragion per cui per un periodo di tempo era diventata “Second Lady”), mentre Hillary lo tacciava di machismo e atti illeciti di vario tipo. Contenuti politici se ne son visti ben pochi, e comunque sono passati decisamente in secondo piano.

Siamo al 9 novembre. È sempre difficile seguire l’esito dello spoglio USA per un osservatore straniero, perché il loro sistema elettorale è molto diverso da quello di qualsiasi altro paese: non conta quanti voti si prendono, ma quali. Si devono “vincere gli stati”, come a RisiKo. Sistema strano, poi, anche perché alla fine può capitarti quello che è successo alla Clinton: hai due milioni di voti più del tuo avversario, ma perdi…e pure abbastanza nettamente. Ciononostante, in USA non si sognano nemmeno di porre in discussione la loro legge elettorale: è ormai cristallizzata, assimilata, dogmatizzata, poco conta se imperfetta (che poi, quale legge non lo è?). Fatto sta: l’Ohio decide tutto. L’Ohio è diventato rosso, Trump è diventato presidente. Due mesi dopo circa, il 20 gennaio, il giuramento; e mentre il Tycoon finiva di dire “so help me God” (e mezzo mondo di pensare “so help us God”) molti si sono chiesti: che presidente sarà? Da candidato è stato irascibile e fumantino, umorale e uterino; un dilettante quasi improvvisato, ostinato, nervoso e, cosa non meno importante, assertore di alcune idee anacronistiche, inattuabili, persino ignobili… ma sarà così anche da presidente? Ahimè, questi primi sei mesi ci hanno fatto capire che si: Trump è davvero Trump. Fatti che abbiano dimostrato quanto dico se ne trovano in abbondanza, ma mi piace citare un caso che ritengo, per molti versi, emblematico: la crisi coreana. Sappiamo tutti che Kim-Jong-Un, da un po’ di tempo a questa parte, sta facendo esplodere grosse bombe come fossero miniciccioli, e solo la prudenza di Obama in tema di politica estera ha fatto si che la situazione non degenerasse. Il Tycoon, però, viscerale e istintivo, al primo accenno di provocazione ha buttato il labbro in su, si è aggiustato il pagliericcio e si è prodotto in un patetico sfoggio di muscoli, nonché in un ridicolo atteggiamento da bullo di scuola (il cui apice è stato il celeberrimo tweet “Korea is looking for troubles”, come se in ballo ci fosse il panino con la mortazza della ricreazione e non una guerra atomica). Si può discutere intorno alla faccenda: mero delirio d’onnipotenza? Tentativo di distogliere l’attenzione dei media da altre problematiche? Astinenza sessuale prolungata? La cosa certa è che Donald ci ha dimostrato ancora una volta cosa è in grado di fare. Resosi conto ben presto che un’escalation era decisamente fuori luogo, ha fatto retromarcia, ignorando le successive provocazioni. Ha cambiato idea, e in questo caso ci è andata bene.

A un certo punto, dunque, durante questi sei mesi così intensi, davanti a una lunga serie di intemperanze, imprudenze, incertezze, si è cominciato ad evocare uno spettro, che ha iniziato a vorticare senza requie sulla testa arancione del buon Donald: l’impeachment. Si è avuta chiara l’impressione che, presto o tardi, il Tycoon si sarebbe prodotto in qualche azione “poco corretta”, a tal punto che si può tranquillamente dire che per lungo tempo il pensiero vulgato è stato: prima o poi lo incriminano, resta solo da sapere per cosa (un insabbiamento, una mazzetta, una stagista, una pizza hawaiana ordinata nel centro di Napoli…magari col ketchup sopra).
In questi giorni, quando non si sono ancora compiuti i sei mesi dal giuramento, questo vaticinio si sta avverando, e lo spettro si è epifanizzato col nome di Russiagate (con quel “gate” foriero di sventura per i POTUS since 1974). La faccenda è nota a tutti: non serve, credo, richiamarla nel dettaglio.
L’indagine, dunque, è in corso, e gli esiti possibili sono naturalmente due: il Russiagate è reale, e Trump ha ostacolato la giustizia licenziando Comey, oppure no, e il presidente è in carica legittimamente. Proprio ieri mi sono imbattuto, in rete, in una serie di commenti che mi hanno destato molte perplessità: pare che ci sia gente, andata completamente in sollucchero, che si augura che il Russiagate assuma proporzioni immani col solo scopo di vedere The Donald deposto. So bene che certi commenti vanno presi con molta cautela, cionondimeno resta motivo di preoccupazione il fatto che taluni abbiano la mente talmente obnubilata da non considerare le conseguenze catastrofiche, sul piano diplomatico e politico a livello planetario, che potrebbe avere uno scandalo del genere: la caduta di Trump ne sarebbe solo l’inevitabile premessa. Ci si deve augurare che le elezioni siano state regolari, e magari sarebbe più fruttifero interrogarsi in altro modo sulla vittoria del Tycoon (e sui successi di politici con “stili” analoghi).

In conclusione: sul crescente fenomeno dei leader “populisti” si è già dibattuto a sufficienza, sembrerebbe proprio che tutti abbiano due “macro-tratti distintivi” (ferme restando ovvie caratteristiche individuali): idee piuttosto semplici, costruite su un semplice nesso causa-effetto, e uno stile comunicativo loro confacente, rabbioso e diretto. Queste caratteristiche le abbiamo viste emergere nettamente prendendo ad exemplum il percorso di Trump, grazie al quale abbiamo potuto verificare che seducono una fetta ben precisa di elettorato e che possono, con la loro azione corrosiva, diventare pericolose. Per queste ragioni, urge contrastare la deriva del populismo. Se non me lo danno quest’anno il Pulitzer…
Come si contrasta il populismo? Dico, banalmente, con una profonda rivoluzione culturale, che parta dall’assimilazione di un concetto fondamentale: la politica è un’arte molto complessa, nella quale le soluzioni semplici sono quasi sempre quelle meno efficaci. Mi rendo ben conto che questo proposito è donchisciottesco, e che coloro che non sono attivamente in politica non hanno molta voce in capitolo, ma credo sia davvero l’unica via praticabile (a partire dalla chiacchierata al bar). Sperare in vere e proprie catastrofi politiche che coinvolgano gli avversari (andando addirittura, più o meno consciamente, contro il bene comune), in generale, non è altro che uno dei tanti atteggiamenti infruttiferi che trasformano la politica in una pura gara dialettica faziosa e animalesca, la quale, se ci assorbe, ci impedisce di crescere culturalmente, forzandoci a rimanere fossilizzati in opinioni istintive generate dalle passioni.
Il dramma è che ci troviamo in condizioni di urgenza, anche perché, se un leader populista sale al potere legittimamente, al potere è giusto che rimanga, secondo democrazia, anche se è solo un covfefe.